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Il governo vuole eliminare il bonus di 80€ di Renzi?



 

Se le intenzioni del Governo sulla spending reviewdegli sconti fiscali diventeranno fatti concreti, puoi cominciare a dire addio al bonus Renzi da 80 euro, nel caso tu ne avessi diritto. Conte fa i conti – e non si tratta solo di un gioco di parole – insieme ai suoi ministri per trovare le risorse destinate a finanziare la manovra 2019 ed, in particolare, la flat tax ed il reddito di cittadinanza, due dei «pallini» nella testa di Lega e Movimento 5 Stelle. È il solito gioco della coperta corta, insomma: per coprire di qua devi tirarla e scoprire di là. Così, per avere i soldi che servono a garantire la manovra bisognerà rinunciare ad alcune agevolazioni fiscali oggi in vigore e, tra queste, toccherà fare delle rinunce. E ti chiederai che fine fa il bonus da 80 euro. Un aiuto ai redditi più bassi che costa allo Stato 10 miliardi di euro all’anno: si tratta di un gruzzolo al quale il Governo non vuole rinunciare per far quadrare i conti di Conte. Anche se questo significa che non troverai più gli 80 euro del bonus Renzi in busta paga. Dovrai, insomma, fare a meno di 80 euro al mese (o se preferisci di 960 euro all’anno) in attesa di sapere se eventuali nuovi provvedimenti fiscali del nuovo Esecutivo compenseranno questa perdita in busta.



Questo, ovviamente, a volere guardare il bicchiere mezzo vuoto. Se, invece, lo si vuole vedere mezzo pieno, il ragionamento da fare è il seguente: sempre che il Governo confermi le sue intenzioni, il bonus Renzi non scomparirà del tutto ma verrà corrisposto in modo diverso. Come? Attraverso la creazione di tre aliquote Irpef finanziata da una revisione delle detrazioni fiscali.

Bonus Renzi: che succede oggi?

Il bonus Renzi da 80 euro era stato introdotto nel 2014 con un decreto [1] e poi reso strutturale dal 2015 in poi. Oggi hanno diritto al bonus Renzi, cioè al bonus Irpef erogato nel cedolino, i lavoratori dipendenti o quelli che percepiscono un reddito assimilato al lavoro dipendente, come ad esempio:

  • i soci lavoratori delle cooperative;
  • chi percepisce l’indennità di disoccupazione;
  • i lavoratori in mobilità o in cassa integrazione;
  • i titolari di borse di studio e di assegni di formazione professionale;
  • chi svolge dei lavori socialmente utili;
  • chi ha un lavoro a progetto a tempo determinato;
  • chi appartiene alle forze dell’ordine;
  • chi riceve una remunerazione sacerdotale.

L’agevolazione può essere totale o parziale (in questo caso meno di 80 euro al mese) e si ha diritto quando il reddito è inferiore a:

  • 24.600 euro (bonus intero);
  • 26.600 euro (bonus ridotto).

Non danno diritto al bonus Renzi da 80 euro:

  • i redditi da pensione:
  • le rendite vitalizie;
  • gli assegni periodici.

Si può dire, in linea generale, che il bonus non spetta ai pensionati, ai liberi professionisti ed ai lavoratori autonomi. Ma non spetta nemmeno ai dipendenti che hanno un reddito inferiore agli 8.174 euro, soglia sotto la quale si fa parte della no tax area e si ha l’Irpef azzerata per effetto delle detrazioni.

Il bonus viene erogato automaticamente dal datore di lavoro in busta paga sulla base della condizione reddituale del lavoratore di cui è a conoscenza. Situazioni particolari come redditi extra derivati altri lavori o dalla locazione di immobili, ecc. vanno comunicati.

Bonus Renzi: che cosa cambia?

Dunque, se l’ipotesi di dire addio al bonus Renzi da 80 euro diventa realtà, i lavoratori sopra citati saranno costretti a rinunciare ad un’agevolazione che, se non altro, ha fatto comodo fino ad oggi. Facendo due conti, un reddito di 24.600 euro lordi l’anno significa portare a casa al mese poco meno di 1.900 euro lordi al mese per 13 mensilità. Togli le tasse (3.450 euro più il 27% del reddito che supera i 15mila euro) e vedi che cosa ti resta. Insomma, 80 euro non risolvono la vita ma danno una mano anche a chi ha sottovalutato fino ad oggi il bonus ma storcerà il naso quando se lo vedrà togliere dalla busta paga.




La possibilità di eliminare del tutto il bonus da 80 euro è stata smentita dai due vicepremier, Matteo Salvini e Luigi di Maio. «Pure invenzioni», dicono entrambi, assicurando anche che non si vuole nemmeno aumentare l’Iva per ricavare altre risorse necessarie al finanziamento della manovra economica. Ma allora, che cosa si vuol fare? Perché, da una parte o dall’altra, bisognerà trovare i soldi per mantenere le promesse fatte con il contratto di governo.



Conte, insieme al ministro dell’Economia Giovanni Tria, è convinto che il bonus Renzi crei soltanto dei problemi, visto che ogni anno cambia il numero di lavoratori che hanno diritto a questa agevolazione. Un sistema troppo caotico per il presidente del Consiglio, che preferisce puntare sugli sconti fiscali rivedendo il bonus da 80 euro ma garantendo ai contribuenti di non perderci un euro (segnati questa frase da qualche parte e verificala nel tempo). In sostanza, lo Stato preferisce non pagare 80 euro al mese ai lavoratori ma incassare di meno in tasse. Ed il lavoratore, dal canto suo, non prenderebbe quei soldi ma spenderebbe di meno. Questa mossa, unita al riordino dell’Iva (e non al suo aumento) semplificando alcune aliquote, dovrebbe porre fine alle polemiche e alle preoccupazioni degli italiani.

Quindi, che fine fa il bonus da 80 euro e che cosa cambia dopo la sua «revisione? Secondo i conti di Conte, per non penalizzare i contribuenti basterebbe ridurre le aliquote Irpef da cinque a tre. In pratica, oggi funziona così:

  • aliquota del 23% per i redditi fino a 15mila euro;
  • aliquota del 27% per i redditi da 15mila a 28mila euro;
  • aliquota del 38% per i redditi da 28mila a 55mila euro;
  • aliquota del 41% per i redditi da 55mila a 75mila euro;
  • aliquota del 43% per i redditi superiori a 75mila euro.

Con l’ipotesi al vaglio del Governo, le aliquote sarebbero:

  • tra il 15% ed il 25% per i redditi fino a 28mila euro;
  • tra il 26% ed il 35% per i redditi tra 28.000 euro e 75.000 euro;
  • il 43% per i redditi di oltre 75.000 euro (questa, dunque, resterebbe invariata).

A questi scaglioni si aggiungerebbe una modifica della tassazione delle famiglie con due possibilità: o l’ampliamento della no tax area (oggi a 8.174 euro) o dei nuovi meccanismi di quoziente familiare.




Sistemarsi all’interno di queste aliquote (soprattutto delle prime due) comporta un costo diverso ed è qui che si arriva alla revisione del bonus da 80 euro con la logica che abbiamo spiegato prima: non si pagano i 960 euro all’anno ai lavoratori ma si riduce su di loro la pressione fiscale. Non ti pago ma non spendi, se vogliamo dirla in parole più semplici.



I dubbi restano e sono legittimi: Governo e Parlamento devono per forza rispettare le promesse e le aspettative dei contribuenti senza aggiungere benzina sul fuoco del deficit e del debito pubblico. Giusto per non sbattere il muso né contro il muro dell’Unione europea né contro quello, per loro potenzialmente più dannoso, dell’elettorato.

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