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«Figli»: così il monologo di Valerio Mastandrea (e Mattia Torre) debutta al cinema

Figli è una commedia, di quelle in cui la leggerezza incontra la profondità analitica e l’ironia cela la realtà. Ed è la storia, Figli, di Sara (Paola Cortellesi) e Nicola (Valerio Mastandrea), di un matrimonio che ha preso a scricchiolare quando è venuto al mando, paonazzo e urlante, assolutamente non curante dei piani in atto, un bambino, il secondo.

Figli, le foto del film
Figli, le foto del film
Figli, le foto del film
Figli, le foto del film
Figli, le foto del film
Figli, le foto del film
Figli, le foto del film
Figli, le foto del film
Figli, le foto del film
Figli, le foto del film
Figli, le foto del film
Figli, le foto del film
Figli, le foto del film
Figli, le foto del film
Figli, le foto del film
Figli, le foto del film
Figli, le foto del film
Figli, le foto del film
Figli, le foto del film
Figli, le foto del film
Figli, le foto del film

Sara e Nicola sono sposati da tempo, ma l’amore pare quello del primo giorno. Insieme, hanno una bambina di 6 anni, Anna, ed una vita felice alla quale dedicarsi. È Pietro, un bimbetto minuscolo, a scombinare ogni loro piano: a ridurre le notti a brevi e disperate parentesi, a schiacciarne la serenità sotto il peso delle spese impreviste, a levare loro il sonno e la pazienza. Ad invecchiarli, «perché i figli invecchiano, ma non invecchiano loro. Invecchiano te».

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Valerio Mastandrea, lo aveva recitato nella solennità di uno studio buio, non anatema ma consiglio. “I figli invecchiano”, aveva detto, ospite, nell’ottobre 2018, di E Poi C’è Cattelan. E quel monologo diventato virale, quel ragionamento personale sul sé che cambia con l’arrivo dei figli, ad un anno e più di distanza, si è trasformato in un film.

Opera ultima di Mattia Torre, scomparso prima di poterla dirigere, Mastandrea è il padre che ha descritto allora, Paola Cortellesi la moglie costretta a rinunciare, «a quella stagione di aperitivi, feste e possibilità che sembravano il senso stesso della vita». Pietro, il bambino con la tutina a righe e le braccia costellate di piccoli rotoli di ciccia, è la «deflagrazione» che ne ha trasformato l’appartamento in un 41-bis. Così, ogni scusa è diventata buona per uscire, la notte i sogni hanno preso la forma di planimetrie e catasti, i litigi sono arrivati con la stessa violenza e repentinità del secondogenito. La vita coniugale di Sara e Nicola si è trasformata in un caos fatto di nonni stravaganti, amici isterici, babysitter improbabili. È diventata una tragicommedia, la vita dei due. E l’amore che li ha uniti, nella pellicola al cinema dal 23 gennaio, ha preso a vacillare. Ma Torre, il genio di Boris e de La Linea Verticale, colui che ha sempre saputo leggere la vita con il sorriso sulle labbra, ha concesso loro il privilegio di superare la tragedia e di resistere a quell’onda d’urto che, nella cornice di un Paese sempre più ostile, può rivelarsi la genitorialità.

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Figli, che alla scomparsa dello sceneggiatore è passato nelle mani di Giuseppe Bonito, ha voluto raccontare, con incoscienza e comicità, la fatica fatta per riappropriarsi della propria serenità: gli sbagli, l’allontanarsi per poi ritrovarsi più forti di prima, più capaci di immaginare un mondo dove «stanchezza» sia solo una parola, l’aria sappia di buono e il Titanic non sia mai affondato.

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