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#iocisono, Daniela Trabattoni: «I cuori degli altri»

L’intervista completa è pubblicata sul numero in edicola fino al 7 aprile. Tutto il ricavato della vendita del numero 12 di Vanity Fair sarà devoluto in beneficenza all’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo.

Il tempo è muscolo. Time is muscle. È l’imperativo categorico di un cardiologo. In altre parole: quanto è più breve il tempo dall’insorgere dei sintomi di un infarto e l’ingresso in pronto soccorso, tanto più aumenta la possibilità di sopravvivere. «Ma in questi giorni i tempi aumentano, si dilatano. E gli spostamenti, gli accessi dai luoghi più lontani, rendono tutto più difficile». Daniela Trabattoni ha 52 anni ed è la responsabile dell’Unità operativa cardiologia invasiva del Centro Cardiologico Monzino di Milano, un’eccellenza in questo ramo della medicina. E nelle settimane dell’emergenza virus le patologie cardiache non danno tregua. E a volte si sommano persino ai quadri clinici dei pazienti positivi al Covid-19. «Quando abbiamo iniziato a organizzar ci per ricevere i pazienti che arrivano anche da altre strutture, abbiamo notato una diminuzione degli ingressi in ospedale. Un dato inusuale, forse spinto anche dal fatto che durante i blocchi nelle città le persone si muovono meno, quindi hanno meno possibilità di esporsi a rischi e affaticamenti del cuore. Ma poi è tutto cambiato e la situazione è peggiorata: in molti ormai arrivano dalle zone a rischio, vengono smistati a seconda di chi è positivo, curabile, grave. E non è più solo una lotta contro il tempo. Ma anche contro un nemico invisibile e a volte imbattibile».

Lei come prova a combatterlo?
«Guardi, è una situazione triste perché di fronte a certi casi ti senti impotente, non puoi fare molto. Ma io ripeto a tutti di non avere paura, perché la paura è un’esperienza primaria negativa. Deve invece guidarti la determinazione. Anche quando non ce la fai. E purtroppo siamo cardiologi, non infettivologi: spesso abbiamo davanti quadri clinici così complicati e compromessi che non resta molto da fare».

Ci si sente fragili in queste condizioni?
«Di fronte al timore di non essere in grado, di non potere gestire un paziente ti riscopri fragile. E ti senti fragile soprattutto di fronte alle modalità imposte da questo virus. Vede, di norma c’è contatto, si parla, ci si stringe la mano. In questi giorni, invece, non ci si può nemmeno toccare e ci si saluta solo con uno sguardo. Questa terribile emergenza ti fa capire l’importanza degli aspetti umani della nostra professione. Come la pietas nei confronti della collettività e delle persone che sono qui e che si affidano alle nostre cure».

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