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Colao a picco

Il super-manager divorato dalla burocrazia

La quarantena di Vittorio Colao è di fatto finita. Non sono passati neppure quaranta giorni, ma il gruppo di super consulenti che avrebbe dovuto disegnare il futuro dell’Italia è in dismissione. Non è andata bene. La missione degli argonauti è fallita. Non solo non hanno trovato il vello d’oro, ma si sono ritrovati imbottigliati in un incantesimo. Parlavano e non c’era nessuno ad ascoltarli seriamente. Non che la loro voce non arrivasse, ma la risposta era un grugnito, uno sbuffo, un sospiro spazientito, un gesto di stizza, un nervoso guardare l’orologio. Raccontano che venerdì scorso ci sia stato un incontro a distanza, in videoconferenza, con Palazzo Chigi. Colao comincia a spiegare cosa serve, i lavori della task force, le idee, suggerisce, illustra, cerca di arrivare a qualche conclusione. Dall’altra parte l’interesse è zero. Conte si distrae, parla al telefono, pensa alle grane con i presidenti di regione. Sembra stare lì perché non ne può fare a meno. L’effetto è straniante. Colao si ritrova in quella situazione, tra il ridicolo e il paradossale, di chi è percepito come un logorroico rompiscatole. È platealmente l’indesiderato, quello che ti fa perdere tempo, tempo prezioso. La reazione istintiva e di buon senso, in questi casi, è dire a brutto muso: ma chi vi ha chiesto niente, perché mi avete chiamato? Sapete che c’è? Finiamola qui. A fine mese chiudiamo con questa farsa.

È più o meno quello che ha detto Colao. Poi ha smentito, per quieto vivere, per non sottolineare un’esperienza da cancellare al più presto. Il senso dei rapporti tra il manager e il governo è questo. Conte dopo venti minuti aveva già chiuso il collegamento. Quando Colao ha suggerito di investire sul capitale umano, Conte ha vomitato tutto il suo fastidio: «Se avete qualche idea più specifica ne parliamo e magari la inseriamo nel prossimo decreto. Mettetevi in contatto con i miei ministri». Sono le stesse parole che il presidente del Consiglio riserva in genere alle idee dell’opposizione. Il messaggio è chiaro: non mi interessa nulla di quello che dici.

Non è una sorpresa. Questa storia comincia male. È subito percepita come un segno di sfiducia nei confronti di Conte. Sono i primi giorni di aprile. È il momento più buio della pandemia. I numeri del contagio salgono di ora in ora. Si fa il conto dei morti. È chiaro ormai a tutti che il virus ha messo in ginocchio un Paese. L’onda d’urto è qualcosa di mai visto. Tutti a casa, tutto chiuso. La paura cresce a ogni bollettino pomeridiano. L’emergenza è salvarsi la pelle, ma si prova anche a immaginare come sarà il dopo. Come ripartire? Se lo chiedono i partiti della maggioranza. Ci sta pensando soprattutto il Quirinale. Conte ha bisogno di un aiuto, di un supporto. I virologi si preoccupano della salute, ma serve anche un gruppo di professionisti per pensare al futuro. Serve un super manager. La scelta dell’ex amministratore delegato di Vodafone nasce da qui. L’11 aprile la squadra è pronta. Sono 17 professionisti ognuno con un curriculum di eccellenza nel proprio campo. La prima polemica è che non ci sono donne. È per questo che il gruppo sale adesso a 22, con l’innesto di quote rosa. Ha quasi il sapore di una presa in giro. La task force è un guscio vuoto, ma si offre un contentino, beffardo, a chi rivendica la parità di genere. È un meccanismo ipocrita che, purtroppo, si ripete spesso in questo Paese. Le donne vengono chiamate in causa quando la partita è chiusa, quasi costrette a mettere la faccia su un fallimento.

Il grande problema è invece che Conte si sente un premier declassato. Si comporta di conseguenza. La task force è un corpo estraneo. Colao, oltretutto, è rimasto a Londra. È una scelta che sconta, perché se sei lontano hai già perso prima di cominciare. Le prime proposte vengono battezzate come chiacchiere di inutili soloni che non hanno alcun rapporto con la realtà. È quello che avviene normalmente in questi casi. Colao e i suoi argonauti non hanno alcun ruolo definito e valgono meno di un ministero senza portafoglio. Non solo non hanno potere, ma vengono rimbalzati come consulenti di cui nessun sentiva il bisogno. Non vengono protetti da chi li ha proposti. Il risultato è che i burocrati fanno muro. È il loro mestiere. È così dai tempi dei sovrani assoluti. È così in burocrazia. Il gioco è facile. Basta prendere lo spazio sotto canestro e Colao subisce il più classico dei tagliafuori. Non è la prima volta che gli capita. È la stessa situazione che lo ha visto protagonista, e in ritirata, in Rizzoli. Lì l’avventura è durata due anni, qui il tempo della quarantena. Il risultato è lo stesso: non ha toccato palla. La sua sconfitta finirà per lasciare un segno sull’idea che l’esperienza dei manager possa essere una risorsa speciale.

Come ne esce invece Conte? Non c’è dubbio. Ha sterilizzato Colao, ma con l’anima stropicciata. La sua vittoria ricorda il finale di L’avvocato del diavolo, quando il diabolico John Milton, con il volto di Al Pacino, confessa di amare la più misera debolezza degli umani: «La vanità è decisamente il mio peccato preferito».

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